Una
Vita per la Pace
di Cesare Medail
"Astra",
maggio 2003
Plum Viliage (Bordeaux) - È ancora notte tra i cascinali che formano i quattro monasteri sparsi fra le splendide colline della bassa Dordogna, mentre ombre scure si avviano alla spicciolata verso la luce fioca che proviene da un padiglione di legno: la sala della meditazione dove già, avvolti nel saio marrone, siedono immobili uomini e donne dai volti orientali (e qualcuno europeo) sotto la testa rasata, in attesa di ascoltare Thây (sta per maestro), che ogni giovedì tiene l'incontro pubblico con la comunità.
Non sono ancora le sei e Thich Nhat Hanh, 77 anni, monaco zen, vietnamita, uno dei maggiori maestri spirituali del nostro tempo, è lì per commentare una pagina di Nagarjuna, il grande pensatore buddhista del Secondo secolo, sul Nirvana. Spiega in vietnamita (ma gli ospiti laici ascoltano dalla cuffia in inglese o francese) che il Nirvana si pone al di là dell'essere e del non essere, essendo la dimensione ultima cui attingere qui e ora attraverso la meditazione, per fare esperienza di una pace e di un benessere illimitati (condizione che nei suoi libri paragona al Regno dei cieli evangelico). Poco dopo, a un colpo di gong la sala si svuota, tutti si rimettono le scarpe e raggiungono il refettorio. Qui monaci e laici mangiano silenziosi e lenti, secondo l'insegnamento di Thây. Se chiacchieri, infatti, non puoi avere profonda consapevolezza dell'azione che stai compiendo. Mangiando quel boccone di pane, entri in contatto con l'inter-essere: il sole, le nubi, la pioggia, la terra, ogni elemento del cosmo che lo ha generato.
Consumata la prima colazione, mentre ci dirigiamo per i vialetti ad ascoltare la seconda conversazione di Thây, ci accorgiamo che, a un rintocco di gong, tutti si fermano: pochi secondi di raccoglimento e un secondo gong rimette la comunità in cammino. Lo udremo più volte nel corso della giornata: l'arresto serve per riprendere contatto con il sé in caso di turbamenti mentali.
La guida spirituale della Chiesa Buddhista Vietnamita in esilio (in patria sopravvive una sorta di buddhismo di Stato) ritorna a parlare proprio dell'inter-essere, della connessione fra tutto ciò che esiste. Mette sul tavolo un pezzo di legno della stufa e spiega come esso sia stato seme, sole, nubi, acqua e di come diventerà fumo una volta bruciato, prima di essere ancora nuvola finché non lo riconosceremo in una goccia di pioggia e gli diremo “buongiorno, pezzo di legno”. Tutto pare così elementare, ma dall'inter-essere discende che, se tutto è connesso, tu non sei altro da me. Se ti colpisco, colpisco me stesso; e gli americani, bombardando l'Irak, bombardano anche se stessi.
Thai conclude parlando di pace e guerra. La sua stessa vita dimostra come sia possibile conciliare l'impegno con un'esistenza contemplativa impeccabile, grazie a una pratica continua. Lo sperimentiamo subito nella meditazione camminata, che il monaco guida per chilometri su e giù per i colli. Il passo è ritmato sul respiro, che sta alla base di ogni pratica a Plum Village (“Inspirando calmo il corpo, espirando sorrido”, recita uno dei mantra di Thây). Nessuno parla: se vuoi conversare mentre passeggi in compagnia devi fermarti. Non puoi sovrapporre un atto (il camminare) a un altro (il parlare) ed essere consapevole di entrambi.
Se ciò può far sorridere, via via che soggiorni a Plum Village (e soprattutto dopo, quando rientri nella vita di tutti i giorni), ti accorgi che tali esercizi aiutano a vivere nel momento presente, in uno stato di attenzione naturale che sottende le azioni della giornata, favorendo la chiarezza mentale nel disbrigo di qualunque compito.
E proprio tale condizione che ha consentito a Thich Nhat Hanh di essere da quasi mezzo secolo un formidabile guerriero della pace e della non violenza. E di applicare il precetto della compassione in modo integrale, a 360 gradi, guardando alla sofferenza senza distinzioni ideologiche. Nel Vietnam devastato dalla guerra, i Piccoli corpi di pace da lui creati soccorrevano le vittime di entrambe le parti. Era il 1964 quando alcuni dei suoi monaci caddero sotto il fuoco incrociato; allora pensò che la tragedia dovesse finire e volò a New York, dove tenne conferenze e guidò manifestazioni pacifiste assieme a due religiosi cristiani: il monaco e poeta Thomas Merton e il reverendo metodista Martin Luther King, che nel 1967 lo candidò al Nobel per la Pace. Alla Casa Bianca ebbe un lungo incontro con il sottosegretario alla Difesa Robert McNamara, che alla fine si disse “molto turbato” (si dimise poche settimane dopo).
Il monaco creò
allora una Delegazione buddhista per la pace che guidò ai negoziati di
Parigi fino agli accordi del 1973; e dopo la caduta di Saigon (avvenuta nel
1975) si impegnò a favore delle vittime dei nuovi padroni comunisti,
organizzando dalla Francia i soccorsi ai boat people. Fu l'esilio, ma l'azione
della Chiesa Buddhista Vietnamita proseguì nei monasteri francesi (dove
si tengono persino seminari misti fra ebrei e palestinesi) e in America. Dopo
1'11 settembre, Thây tenne un discorso alla Riverside Church di New York
per invitare gli americani a non cedere alla rabbia. E ora è appena tornato
da un altro crocevia di conflitti, la Corea, dove attraverso i canali esistenti
fra buddhisti del nord e del sud possono passare parole di compassione.
La pratica dell'ascolto compassionevole non è soltanto il cuore della
"politica estera" di Thây, ma la quotidianità di Plum
Village. Dopo averci illustrato la sua azione nel mondo, Thich Nhat Hanh, minuto,
magro, occhi neri e saettanti. lineamenti un po' aspri ma pronti a schiudersi
nel più disarmante dei sorrisi, racconta e spiega senza mai stancarsi.
“L’ascolto profondo e compassionevole della parola dell'altro”, dice, “è lo strumento più importante per superare ogni contrasto, a livello mondiale e personale. Nei conflitti, esso aiuta a comprendere che anche il tuo antagonista soffre e, quindi, a dialogare. È un lavoro concreto, una pratica di riconciliazione che qui si fa tutti i giorni: e può capitare che le coppie in crisi (marito-moglie, figli-genitori) cerchino la riconciliazione subito, magari precipitandosi a telefonare all'altro capo del mondo”.
Helga e Karl, per esempio, una coppia bavarese di mezza età, manager lui, interprete lei, dopo anni di esperienza a Plum Village dicono che la bellezza di questa esperienza sta proprio nella pratica della compassione e che “essa prosegue a casa, nella vita di tutti i giorni”. I due tedeschi hanno fondato un centro ispirato a Thây presso il confine cecoslovacco, dove accorrono persone che “vogliono ritrovare la pace e vivere senza conflitti con se stessi, con i familiari, sul lavoro: sono molte le coppie in crisi, molte dall'Italia”. Come hanno imparato a Plum Village, Helga e Karl recano loro aiuto perché possano diventare “molto più attenti all'ascolto dell'altro, portando dentro di sé la sua sofferenza”.
E Chan Phap Y, 60 anni, l'unico monaco italiano, spiega che anche chi ha preso i voti chiede l'aiuto di un fratello, in caso di crisi e turbamento: “C'è molta sofferenza nel mondo: qui ne vediamo e riceviamo tanta, ma anche tanto amore”, commenta. Laureato in sociologia negli anni in cui a Trento maturava la lotta armata, Phap Y fece una scelta radicale, andò in India e divenne monaco buddhista. Da tre anni è con Thây, dove ha trovato qualcosa di diverso, a cominciare dal cuore e dalla mente aperta alla comprensione della sofferenza: “Qui non si viene per scappare dal mondo”, dice, “ma per essere meglio nel mondo: per quanto ci definiamo buddhisti, nella linea cioè del pensiero del Buddha, più che religione il nostro buddhismo è una cultura, uno stile di vita fondato sulla pratica degli insegnamenti di Thai. Abbiamo qualche fratello e sorella cattolici che sono persone straordinarie”.
In realtà, è lo stesso Thich Nhat Hanh a mostrare una grande apertura sul piano religioso. I suoi libri dedicati a Gesù rivelano l'interesse per il cristianesimo; la stessa regola della comunità è in parte ispirata al padre della chiesa Basilio che nel Quarto secolo insegnava la possibilità di conciliare vita contemplativa e impegno nel mondo. Sul sito italiano della comunità (www.esserepace.org), abbiamo trovato una lettura buddhista del Padre Nostro (Padre nostro che sei nel nirvana), in cui Thây parla dell'onda che, “quando si abbassa, tocca l'acqua dentro di sé e riconosce di essere uno con l'acqua”; e allora non teme più nascita e morte. Quella dimensione ultima è come il Regno cristiano; e quando il Padre Nostro recita “Sia fatta la tua volontà come in cielo, così in terra”, il cielo è proprio quella realtà ultima, mentre la terra è la dimensione storica: “Due realtà non separate fra loro che dobbiamo vivere in profondità e contemporaneamente”.
Refrattario a qualsiasi disputa teologica, il monaco zen dice ai non buddhisti che frequentano i suoi ritiri di fare attenzione a non perdere le loro radici spirituali: “Portate a casa con voi la pratica dei Tre Rifugi (Dharma o dottrina, Buddha, Comunità), dei Cinque Precetti (non uccidere, non rubare, pratica un'attività sessuale responsabile, non arrecare danni ad altri con le parole, astieniti da alcol e droghe) e la pratica della consapevolezza, ma non tralasciate di scoprire il gioiello che c'è nella pratica della vostra tradizione spirituale. Noi ci auguriamo che la pratica della meditazione buddhista possa aiutarvi a tornare alle vostre radici spirituali”. Sono parole che da sole bastano a far intendere come Thich Nhat Hanh e Plum Village non siano uno dei tanti guru e dei tanti ashram settari che pullulano in Occidente, ma un maestro e un luogo spirituale straordinari.