“Il
vero buddhista? Non usa profumi né e-mail”
di Fabrizio Mastrofini
“L'Avvenire”, 6 giugno 2003
Sciogliere il dispiacere, praticare la comprensione e la compassione, disinnescare la spirale dell’odio imparando a riconoscere la sofferenza che è negli altri e in noi stessi. È la lezione di Thich Nhat Hanh, 77 anni, monaco buddhista vietnamita, esule da decenni, proposto al Nobel per la pace da Martin Luther King per l’impegno a favore della fine del conflitto in Vietnam e per alleviare le sofferenze della popolazione civile. In questi giorni a Roma, Thich Nhat Hanh ha risposto ad alcune nostre domande.
Domanda: la religione è spesso usata come pretesto per la guerra piuttosto che per la pace. Qual è il suo pensiero in proposito?
Risposta: il nostro popolo soffre e ha bisogno di un percorso spirituale. La religione offre questo percorso. Il cammino proposto indica la strada spirituale e crescendo si diventa più comprensivi e più compassionevoli. I leader spirituali devono dare un insegnamento perché la gente diventi aperta, tollerante, comprensiva e compassionevole. Invece la gente spesso è dogmatica e critica gli altri cammini spirituali, così la religione diventa causa di conflitto.
D.: quali punti di contatto vede tra buddhismo e cristianesimo?
R.: il cristianesimo
cerca di scavare alla ricerca di Dio e il buddhismo invece cerca la "realtà
pura". Per me la ricerca è la stessa, una visione più profonda
della realtà. È mia convinzione che il Regno di Dio è adesso
o mai più! Sia buddhismo che cristianesimo devono dare questo insegnamento
in teoria e in
pratica, perché il passato è passato, il futuro non è ancora.
Abbiamo il presente, per viverlo. Noi desideriamo il potere, il sesso, la salute
e sacrifichiamo tutto il resto, e soffriamo, mentre la libertà da questi
desideri ci fa sperimentare la felicità e il Regno di Dio adesso. E le
giovani generazioni lo praticheranno se noi parliamo direttamente loro, rinnovando
il nostro insegnamento. Il dialogo rende possibile questo incontro, non sul
piano teorico ma pratico.
D.: perché la spiritualità orientale attira persone che vengono dalle tradizioni occidentali?
R.: vedono nel buddhismo un esercizio pratico per essere vicini alle sofferenze e alle afflizioni ed essere comprensivi e compassionevoli.
D.: lei ha rivisto la regola monastica del suo ordine dell’«inter-essere».Perché?
R.: il buddhismo è antico di 2600 anni. Ma c’è una tendenza alla corruzione nel monachesimo, come forse in altre esperienze e tradizioni. Le regole non sono mai state riformate e ora devono essere rinnovate in base alla situazione attuale. Per la prima volta nella storia del buddhismo le abbiamo rinnovate. La regola rivista si chiama "pratimoksha", che vuol dire "la libertà di coloro che sono separati", per preservare la loro libertà nell’essere differenziati dal mondo. Regole che dicono che i monaci non possono allontanarsi senza permesso, non devono possedere beni, fare uso di profumi; ad esempio, l’e-mail non deve distrarre dai compiti... non si deve avere un conto bancario proprio. La libertà è di non possedere; il telefono non va usato per conversazioni non necessarie. Noi sappiamo che solo rendendo il buddhismo vivo e libero dalla corruzione possiamo essere autentici discendenti della radice del Buddha.